Il primo incontro del “corso educatori” delle scuole Romano Bruni di quest’anno ha approfondito il tema dell’intelligenza artificiale e dell’uso degli strumenti digitali nella vita degli adulti, dei bambini e dei ragazzi. Il titolo “Pc, tablet, smartphone: oltre il vietare o non vietare” intendeva suggerire la necessità di conoscere più profondamente strumenti e fenomeni e di confrontarsi non tanto per fornire regole di utilizzo, ma quanto per proporre criteri con cui guardare l’argomento.
La riflessione è stata condotta da due docenti dell’Università Bicocca di Milano: il professor Mercorio e il professor Gui che nel mese di febbraio hanno svolto un articolato corso di aggiornamento con tutti i docenti delle scuole sull’educazione digitale.
Il primo ha spiegato come funzionano le nuove intelligenze artificiali, inserendole nel contesto dello sviluppo tecnologico degli ultimi anni.
Il secondo ha presentato alcune ricerche relative alla correlazione tra apprendimento, comportamenti sociali e l’uso dello smartphone personale, connesso ad internet e ai social media.
Tra i vari contenuti e nel dialogo finale sono emerse alcune questioni educative rilevanti che sono poi il punto fondamentale del “corso educatori” perché chiamano in causa il modo di vivere dell’adulto e la sua proposta verso il bambino e il ragazzo.
Algoritmi, scelte e incontri: tra falso e vero
La spiegazione di come funziona e di cosa sia capace l’AI ha fatto emergere una domanda cruciale: come fare noi e come possiamo aiutare i nostri ragazzi a distinguere il vero dal falso? Prof. Mercorio ha accennato al problema della fiducia nel testimone o nell’autorità che fornisce le informazioni. Ci si deve cioè chiedere cosa rende possibile fidarsi di quello che mi viene detto o mostrato.
Rimane tuttavia il problema che la realtà è più dura, frustrante e difficile del mondo virtuale dove tutto è fatto per creare piacere o per rispondere ai bisogni dell’ “utente”. Perciò è nata la seconda domanda: cosa c’è di più importante e più bello nelle cose reali rispetto a quelle artificiali?
Altro spunto di riflessione nasce dal fatto che tutto ciò che ci viene proposto nei social o nelle nostre ricerche è il risultato di un algoritmo che elabora le nostre scelte e navigazioni precedenti, che ci profila e dunque il problema sta in come quei contenuti vengono prodotti, ci vengono mostrati e di cosa suscitano in noi. Anche l’AI funziona così: restituendo risposte probabilistiche che diventano molto accurate perché basate su una quantità enorme di dati.
Per tanto sembra che sia possibile incontrare qualcosa di nuovo o avere informazioni nuove navigando in rete, ma non è così. L’incontro del nuovo e del diverso è molto difficile nell’ambito digitale. E’ la probabilità che guida gli algoritmi, mentre per noi è fondamentale la categoria della possibilità: quando facciamo le scelte importanti nella vita, scegliamo in base alla possibilità che ci si para davanti e non in base alla probabilità, poiché solo la possibilità apre a qualcosa di nuovo.
Dobbiamo quindi continuamente interrogarci su cosa cerchiamo in rete? Cerchiamo l’amicizia? Cerchiamo la verità delle cose? Cosa ci sembra importante? E poi come cerchiamo queste cose? Quale metodo di ricerca ci porta alla verità? Questo lavoro è sempre da rifare e da ricominciare anche per noi adulti, per poi coinvolgere anche i ragazzi. Tanto più oggi, quando ogni mese viene rilasciata una nuova tecnologia invasiva e invadente la vita.
Strumenti digitali, apprendimento, socialità
Le ultime ricerche dicono ormai con discreta evidenza che c’è un collegamento tra le difficoltà di apprendimento e di socializzazione e l’uso precoce dello smartphone connesso ad internet e ai social media. Per esempio diversi studi sull’evoluzione degli apprendimenti hanno correlato bassi risultati di apprendimento (certificati dalle prove Invalsi) con l’uso di uno smartphone personale dai 9 anni in su.
Altri studi sul benessere psicofisico condotti da associazioni di pediatri mostrano effetti correlati di disagio come la perdita del sonno o di alterazioni del carattere.
Le statistiche sono diverse e più positive, invece, quando si analizza l’uso scolastico di personal computer o tablet dove l’utilizzo è supervisionato e normato.
Il discorso si è quindi focalizzato sull’opportunità o meno di fornire ai bambini dei dispositivi digitali personali e a che età questo può non essere dannoso. Una ricerca particolarmente interessante ha mostrato come ci sia una differenza tra l’età in cui i genitori hanno dato il telefonino ai propri figli (10-11 anni) e l’età in cui avrebbero voluto regalarlo (13-14 anni).
Questo ha sollevato la domanda sui motivi per cui i genitori regalano uno smartphone ai figli, che di solito sono il desiderio di controllo oppure il timore che il proprio figlio possa essere escluso dai pari che possiedono già il dispositivo. Tuttavia, l’effetto collaterale di questa scelta è che nel mondo digitale non siamo in grado di controllare i ragazzi e che la socialità reale risulta notevolmente compromessa dall’uso dei media.
Professor Marco Gui ha così raccontato anche l’esperienza dei Patti Digitali di comunità, in cui le famiglie, ma anche con la collaborazione di pediatri, società sportive e scuole, creano una rete per accordarsi e sostenersi in una introduzione graduale dello smartphone nella vita di un ragazzo, rispettando il suo sviluppo psicofisico.
Si è qui capito che porre attenzione all’utilizzo dello smartphone, ha come conseguenza la revisione del ruolo degli adulti e dell’esempio che devono dare ed essere: noi per primi infatti siamo chiamati a comprendere sempre di nuovo cosa utilizziamo, come lo utilizziamo e se ciò che utilizziamo è un bene o un male. I primi a essere vittime del sistema digitale possiamo essere noi adulti, e rischiamo di diventare un esempio negativo per i ragazzi.
Inoltre diventa inevitabile chiedersi quale sia la proposta di vita reale che siamo in grado di fare perché sia una valida alternativa a tutto questo mondo artificiale, oppure come sia possibile integrare la vita reale con quella digitale.
La serata ha aperto dunque alcune finestre di conoscenza e di consapevolezza e ha provocato ciascuno a rimettersi in gioco con i propri figli e studenti anche in questo mondo artificiale. In sintesi, e ancora una volta, bisogna chiedersi a cosa voglio dire “sì” e non solo a cosa dico “no”, perché solo con la paura o con i divieti non si educa.