Hiroshima 1945. Tornare lì o partire da lì?

La prima bomba atomica viene sganciata su Hiroshima il 6 agosto del 1945, la seconda tre giorni dopo a Nagasaki. E’ veramente sconvolgente pensare che l’uomo, per vincere una guerra, possa provocare la morte di 140.000 persone civili innocenti (solo a Hiroshima) tra indicibili sofferenze. I più fortunati sono stati quelli che sono morti subito, senza neanche rendersi conto di ciò che era successo, e gli altri sono morti successivamente per ustioni, tumori, malattie del sangue, ovvero per le conseguenze del bombardamento. Pensiamo che oggi i grandi del mondo vogliono riprendere i test nucleari. Eppure al parco della Pace di Nagasaki c’è un monumento in onore addirittura degli Australiani e degli abitanti delle Isole Marshall che hanno sofferto in termini di malattie e di danni ambientali permanenti a causa dei test nucleari fatti nel pacifico dagli Inglesi.

Queste alcune parole con cui la nostra prof.ssa Paola Migliavacca ha introdotto l’incontro con gli studenti del Bruni, venerdì 21 novembre, con Yurie Miyawaki, una signora giapponese di Hiroshima, figlia di hibakusha, ossia di persone che hanno vissuto la tragedia della bomba atomica. Forse non ci rendiamo conto di quello di cui stiamo parlando, ha continuato la docente, ed è per questo che incontrare chi ha vissuto molto da vicino quel fatto di 80 anni fa, è un contributo fondamentale alla consapevolezza e alla coscienza che dobbiamo avere oggi.

Miyawaki, una donna molto colta, che ha imparato l’italiano grazie alla musica, ha quindi portato la sua straordinaria testimonianza su cosa significhi vivere la distruzione più totale provocata dalla guerra e cosa sia la pace e la ricostruzione che essa permette. Ha raccontato di quando, piccolina, girava per le strade di Hiroshima, e non voleva guardare ciò che le ricordava quella tragedia, fino invece a sentire la responsabilità di raccontare e testimoniare cosa ha significato per il suo popolo rincominciare. Dopo la bomba c’è stata innanzitutto una primissima scelta: continuare a vivere o farla finita? La scelta di continuare a vivere cosa significa? Farlo normalmente. La prima cosa è quindi avere il desiderio di vivere, la seconda cosa è iniziare a farlo dentro ogni giorno. Mio padre ha voluto vivere. Ha raccontato come è stato necessario allora partire dalle cose che si dovevano fare per vivere: procurarsi da mangiare, trovare da coprirsi, avere un posto dove dormire, aiutare la propria famiglia e gli altri, quindi trovare un lavoro per continuare. Mettere al centro questa “normalità” ha impressionato tutti gli studenti. Perché è proprio ciò che diamo per scontato, ma non lo è affatto: è la straordinaria normalità della vita che è permessa unicamente dalla pace.

E’ poi impressionante, ricordava la prof.ssa Migliavacca, che all’interno di nessuna sala del parco e del memoriale della pace di Hiroshima non ci sia nemmeno una parola d’odio per chi ha causato così tanta distruzione e indicibile dolore, anzi si nota soprattutto la preoccupazione di comunicare l’importanza di adoperarsi per la pace perché non accada mai più nulla di simile.

Miyawaki infatti ha ribadito quanto è importate fare riscoprire, e lo ha fatto con noi, il valore di essere umani, l’umanità, capisce di avere il dovere di incontrare le persone e di raccontare la sua esperienza perché prevalga la speranza e non la vendetta, perché si possa riconoscere il dono che è la pace, dandogli spazio anche in tutti i rapporti che abbiamo tra noi. E di goderne fino in fondo. Questa è la nostra grande responsabilità e va vissuta oggi, subito.

A noi dunque l’alternativa tra tornare ad Hiroshima cedendo alla violenza e alla forza, o far tesoro dell’esperienza dei nostri fratelli giapponesi e partire da lì per continuare a costruire una vita di pace.