Al liceo Romano Bruni, nel contesto della Giornata della Memoria, docenti e studenti hanno incontrato il giornalista Andrea Avveduto, corrispondente da Gerusalemme, docente universitario, collaboratore dell’associazione Pro Terra Sancta. Ci ha offerto una riflessione profonda sui temi della memoria, del conflitto e del perdono, che tocca ora, noi. Con i suoi racconti, raccolti sul campo, Avveduto ha affrontato le dinamiche dolorose dei conflitti che insanguinano il Medio Oriente, e ha condiviso storie di sofferenza, ma anche di speranza e riconciliazione.
Subito ha ribadito il senso e l’importanza della Giornata della Memoria, che è quello di impedire che quelle atrocità si ripetano e che si ripetano deportazioni e stermini di popoli ed etnie. Ha così ripercorso in sintesi le tappe della storia passata e recente del popolo ebraico fino alla creazione dello stato di Israele e ai fatti che hanno originato la situazione odierna.
Il Medio Oriente è segnato da una continua spirale di dolore e di odio tra i popoli lì presenti che spesso sfocia in terrorismo e in conflitto, e l’unica vittoria possibile è quella di superare e sconfiggere questo odio, affrontando insieme i nemici comuni che sono il dolore e la cattiveria.
Avveduto ci ha quindi raccontato alcune storie (con la “s” minuscola) fatte di rapporti e incontri buoni, che in alcuni casi hanno potuto cambiare anche un pezzo di Storia (con la “S” maiuscola).
La prima riguarda una madre che nel 2002 ha perso due figli in un attentato terroristico al pullman che li portava a scuola. A chi le chiedeva come fosse possibile non odiare, la donna ha risposto: “Se il mio cuore fosse divorato dall’odio, non potrei più vivere“. Questa convinzione l’ha portata a fondare un’associazione per genitori che hanno subito drammi simili, qualsiasi fosse la loro origine o appartenenza. “D’altra parte – aggiungeva – che alternativa abbiamo se non il perdono“.
Un’altra storia particolarmente toccante è quella di un bambino abbandonato dai suoi genitori a causa della sua disabilità, che era stato fatto crescere come un cane, tra i cani che la famiglia possedeva. Aveva imparato a camminare a quattro zampe, a mangiare dalla ciotola, senza aver fatto mai nulla di umano, fino a quando non è stato accolto in una casa di suore. Qui Avveduto lo ha conosciuto che stava imparando a camminare eretto e a parlare, e quando gli ha chiesto come stesse, la sua risposta è stata: “Sono felice… perché finalmente qualcuno mi ama“. Da questa storia ci ha fatto capire come il vero motore per un altro modo di vivere e di costruire la pace sia il sentirsi amati. Questo può creare relazioni di fiducia e di solidarietà, là dove la politica spesso fallisce, perché non può imporre questo per legge o con la forza.
Ci ha poi raccontato un episodio accaduto in Siria, dove un frate francescano aveva chiesto al tribunale della sharia di sostituire un uomo di 75 anni, suo amico, condannato a 100 frustate per blasfemia e di subire così la pena al posto di quell’uomo che, anziano, non avrebbe resistito. Dopo un periodo di riflessione, il tribunale ha liberato entrambi con questa motivazione: “Non possiamo rispondere con il male al tuo gesto di bene”. In seguito quel tribunale non aveva più comminato condanne a morte. Un esempio di come il bene possa prevalere anche in un contesto di forza e violenza.
Infine ci ha parlato di Gaza, dove la vita è segnata dalla distruzione totale, dalla fame e dalla miseria, e ci ha raccontato che alcuni giovani, come prima cosa hanno, chiesto al patriarca di Gerusalemme Pizzaballa: “Vogliamo tornare a scuola, perché vogliamo il futuro! Vogliamo riprenderci la nostra vita!“.
Avveduto ci ha mostrato come la pace si costruisca dal basso, con atti concreti di umanità che aprono uno spazio al dialogo e alla riconciliazione. Spazio che oggi è minimo e spesso non contemplato dai media di qualsiasi appartenenza e provenienza.
Così ci ha suggerito quanto sia importate ed efficace ricordare non solo il male, ma anche il bene che resiste, nonostante gli orrori della storia. Ciascuno di noi ha infatti un cuore, che è colmo del desiderio di bene e giustizia, e questo cuore va alimentato in una educazione e in una compagnia dove ci sia la condivisione e la proposta del bene e dell’amore e non del rancore e del male.
In un mondo segnato da conflitti politici, religiosi ed etnici, il messaggio di Avveduto ci invita a non arrenderci alla violenza, ma a cercare sempre nuove vie per la pace, partendo proprio dalle piccole-grandi esperienze quotidiane di rispetto, di amore e di perdono.



