UN FILO HA LEGATO PONTE DI BRENTA A KAMPALA

Venerdì 26 gennaio è stato un giorno speciale per tutti gli studenti e i docenti del liceo Bruni. Grazie all’iniziativa di un gruppetto di studentesse abbiamo avuto l’occasione di collegarci con Kampala – Uganda per una chiacchierata con Rose Busingye, infermiera e fondatrice del Meeting Point international.

E’ stato il momento conclusivo di un lungo lavoro iniziato subito dopo l’atroce uccisione di Giulia Cecchettin, che ci ha fatto restare prima col fiato sospeso e poi in lacrime. Lacrime di dolore e di rabbia.
“Non potevamo tornare in classe, al nostro lavoro quotidiano normalmente. Questa vicenda ci ha pesato sul cuore, sulla mente e sull’animo. Ci ha interrogato tanto e ci ha fatto pensare, ci ha sbigottito ed era impossibile non parlarne”. Ha detto il preside introducendo il dialogo.

Il lavoro era consistito nella raccolta di impressioni, domande e riflessioni durante diverse assemblee e,
cercando qualcuno a cui consegnare quanto raccolto, abbiamo incrociato la storia di Rose la sua opera di aiuto e sostegno alle donne vittime di violenza e malate di AIDS e il suo modo di vivere e di voler bene alle persone.

Così Benedetta, Angelica, Sara e Gloria hanno scelto alcune domande significative o frequenti e hanno invitato i loro compagni a porle a Rose: cosa mi garantisce di non fare ed essere come Filippo, l’assassino di Giulia? Come si può educare l’amore se è un sentimento? Come riconoscere il mio valore e il valore dell’altra persona? Quanto incide la mentalità comune sul sessismo e come difenderci? Come una donna può uscire dall’isolamento o dalla violenza?

Rose non ci ha risparmiato nulla di quello che vive, di quello che pensa, di quello in cui crede. Spesso chiamando per nome chi le faceva la domanda o interpellando tutti con gentile determinazione ci ha aperto degli squarci di risposta rilanciandoci a vivere la nostra vita in un modo diverso e più profondo.

Questi alcune frasi e spunti: “La vicenda di Giulia ci ha fatto venire su un grido, il grido di bisogno che c’è in ciascuno di noi. Non solo un grido di giustizia, ma anche di bisogno di amore infinito. Questo grido, questo bisogno accomuna tutti, anche lo stesso Filippo, le mie donne, i loro aguzzini, me e te. La questione è come trattiamo questo grido. Il bisogno infinito che abbiamo dentro è sintomo del nostro valore infinito. Noi siamo un valore infinito, ma a volte lo dimentichiamo e così dobbiamo scoprirlo di nuovo incontrando un amico, qualcuno che ci vuole bene davvero. A me è successo con don Giussani, alle mie donne con me e con altri che le vogliono bene. A voi con i vostri amici. Si tratta perciò di un incontro e quindi di un’educazione che è possibile vivendo con chi ci stima e ci vuole bene davvero. Questa cosa è più forte di qualsiasi male, dell’AIDS, delle violenze e della morte cui spesso hanno partecipato le donne che vivono con me. E se il bisogno è infinito, infinita deve essere la risposta, si chiama Gesù, Dio”.

Alla fine il suo saluto è stato di vero conforto e la sua letizia contagiosa. Non è stato possibile mettere la parola fine ad un dialogo così e quindi ci siamo detti di doverci rivedere. Magari andando a trovare Rose in Uganda.

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